La fotografia, l'immagine e le tracce dell'antimateria. Linda Fregni Nagler alla Gam di Torino



Installation view ph. L.Vianello e S. Mangosio


La fotografia è fatta di immagini. Questa affermazione appare letterale e priva di profondità, a meno di soffermarsi più approfonditamente sul significato delle parole. Il lavoro di Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976, vive e lavora a Milano) è tutto incentrato sulle immagini fotografiche, in particolare quelle della fine dell’Ottocento e dei primi anni del secolo scorso. La sua attenzione si concentra sulle fotografie anonime, magari realizzate da professionisti, eppure non catalogabili come fotografie d’autore o tantomeno artistiche. Il suo lavoro si configura così come una ricerca sulla fotografia, che però mette al centro il suo statuto di immagine, di riflesso dell’inconscio sociale ed etnografico, prima ancora che collettivo, di epoche storiche che percepiamo lontane da noi, ma di cui pure in noi echeggiano ancora presenti molte suggestioni, sentimenti, stati d’animo e modi di stare al mondo.

Fino al prossimo primo marzo, alla Gam di Torino è possibile visitare la mostra di Linda Fregni Nagler dal titolo Anger Pleasure Fear, a cura di Cecilia Canziani. La mostra ha inaugurato in occasione di Artissima 2025 e si situa all’interno della “terza risonanza”, secondo il ritmo di mostre ed eventi inaugurato dalla direttrice Chiara Bertola, ed è la prima mostra antologica in Italia dedicata al lavoro della fotografa. A onore di cronaca, di questa Terza Risonanza fanno parte anche una mostra antologica di opere d’arte della collezione sul tema della notte, o meglio della luce lunare e notturna, una mostra personale di Elisabetta di Maggio ed altri interventi.



Installation view ph. L.Vianello e S. Mangosio











Ho deciso però di soffermarmi sulla mostra di Linda Fregni Nagler perché le sue opere offrono lo spunto per una riflessione sulla fotografia e sull’immagine, ma anche, volendo, sul tema dell’anonimato. È anonimo ciò di cui non si conosce il nome, letteralmente, eppure, in realtà, le immagini con cui Fregni Nagler compone le sue opere non nascono come anonime, al contrario fanno parte di una produzione personale, familiare addirittura, o sociale. Le immagini sono quelle in cui chi veniva fotografato si riconosceva o riconosceva i suoi cari, nascono come raffigurazioni e memorie di vissuti molto reali. È a noi che le foto appaiono come anonime, perché, di fatto, non ne sono noti i nomi dei personaggi, le loro storie e vicende personali. Il vuoto che si crea tra lo scatto della fotografia e la sua reintegrazione nel contesto artistico ed espositivo le espone, per dire così, a una perdita di personalità o personalizzazione. Da foto private, le immagini diventano esempi di tipologie riconoscibili e collettive. In parole povere: se anche nessuna delle persone ritratte è per noi riconoscibile, eppure le immagini stesse, il loro modo di essere composte e realizzate, così come i volti e i corpi che vi sono esibiti, conservano ancora qualcosa di vagamente familiare. Di antico, certo, ma pure familiare, come se le avessimo trovate in qualche baule dimenticato in una polverosa soffitta. Sono i nostri antenati, i lari, gli spiriti dei morti che ci guardano da dietro quelle stampe allineate e composte in gruppi tra loro diversi dall’artista. Sono le immagini di tutti e di ciascuno. Dove il nome è dimenticato, la testimonianza di fa condivisa, sognante, sfuggente, improvvisamente possibile oggetto di un ragionamento astratto e generale che insieme sottrae spessore e dona universalità ai soggetti.



Installation view ph. L.Vianello e S. Mangosio


Ne nasce una sorta di cosmologia, una specie di mappa del territorio dell’inconscio tecnologico, una raccolta di tracce di un tempo i cui contorni appaiono sfumati e impalliditi per effetto del tempo, dove ogni volto ha perso la propria identità personale per acquisirne una molto più sottile, spettrale, tanto più condivisibile quanto inquieta.

La mostra si snoda e si articola attorno a due centri ideali costituiti da due opere: The Hidden Mother (2013) e Vater (2025). Le due opere sono tra loro contrapposte, anche dal punto di vista concettuale e, in certo senso, sentimentale. L’una, presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2013, esprime un sentimento legato all’infanzia e si compone di 997 dagherrotipi che rappresentano bambini piccolissimi, dove la loro madre è vicina, ma invisibile, coperta da un drappo di stoffa. La seconda ha invece per tema una sorta di rito di iniziazione delle confraternite studentesche dei paesi germanici di altri tempi, particolarmente cruento e feroce. Le immagini dell’una e dell’altra opera costituiscono, così, una sorta di linea tesa lungo la definizione psicologica dell’individuo: dalla prima infanzia alla separazione dalla figura materna, fino all’ingresso nell’età adulta, che si compie quasi tribalmente attraverso un rito in cui si mette in gioco, come da primitive tradizioni, la propria stessa vita e integrità fisica.

Entrambe le opere nascono dal rinvenimento e composizione di immagini antiche, storiche, ritrovate e riesumate da raccolte di un tempo, ormai rese impersonali da questo stesso tempo e dal suo scorrere. La mostra si compone poi di una serie di opere molto variegata, in cui però il filo conduttore resta sempre l’idea dell’indagine sull’immagine e a partire da questa. Le immagini sono memoria, ma memoria che qui ha perso i contorni della personalità, del privato, e si fa patrimonio comune e condiviso, in cui ciascuno riconosce e disconosce la propria vicenda familiare, le proprie radici. Il passato emerge nuovo dalle immagini, parla, tesse racconti, in cui i nomi dei personaggi appaiono sfumati, sono resi uguali a mille altri, immagini tra immagini, come morti che riemergono da un passato ormai irriconoscibile, irriconoscibili, eppure capaci di porre questioni, parole, rispecchiare stati d’animo universali e condivisi. La morte è un tema molto presente, quasi invadente, in tutta la mostra. Tutte le figure che vediamo rappresentate vi appartengono, portano la loro testimonianza, vi si sfumano inevitabilmente. Eppure il sentimento che ne resta è molto vitale, parla delle immagini. I morti sono trasformati in immagini, perdono qualcosa della loro storia privata, ma acquistano qualcos’altro: una bellezza non effimera, una consistenza sottile, eppure decisiva, piena di contenuti, testimonianze, piccoli e grandi valori eterni ed eternamente condivisibili.



Installation view ph. L.Vianello e S. Mangosio

                        

Le opere sono molte e molto belle. Ci sono immagini di animali in situazioni non prevedibili, in cui l’interazione con l’essere umano si fa dialogo quasi surreale, come se due mondi estranei venissero a contatto per produrre qualche tipo di magia. Ci sono immagini di personaggi sospesi, in bilico su alti palazzi, a sfidare il tempo e l’altezza, sottili per consistenza immaginifica, ma pieni di sentimento. Ci sono le due installazioni di grandi dimensioni e le collezioni di lastre per lanterne magiche.

Vorrei concentrare la mia attenzione, però, soprattutto su una piccola opera posta all’ingresso della mostra. Si tratta di un piccolo vetro, una lastra che l’artista ha ottenuto, collaborando con alcuni scienziati, di lasciare esposta all’antimateria.  Realizzata in collaborazione con lo scienziato Michael Doser del CERN di Ginevra, l’opera s’intitola Something frivolous, Annihilation of Antimatter ed è del 2018. Si tratta di una piccola lastra di vetro emulsionata a mano con gelatina ai Sali d’argento e lasciata esposta a un flusso di antiprotoni. È grande appena 8 cm per 8.

È curioso, un piccolo oggetto che, privo di una spiegazione, non si riuscirebbe a decifrare. Eppure in quel piccolo vetro è presente un grande miracolo. Il nulla si fa visibile, ma non il nulla metafisico, bensì quello reale, le particelle che si oppongono alla materia “positiva”. L’antimateria, quella di cui molti di noi hanno sentito parlare solo in Star Trek, si rende visibile, in qualche modo. Forse non è proprio così, forse è solo una traccia del suo passare. Ma l’allusione poetica crea una tensione fortissima, stimola l’immaginazione e dona una chiave di lettura diversa per tutte le opere in mostra.