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È stata da poco inaugurata, nello studio professionale Gianaria e Mittone, a Torino, una mostra di disegni di Manuele Cerutti (1976). Come è noto, Cerutti si esprime soprattutto attraverso la pittura, realizzando grandi tele dove, con un linguaggio figurativo e secondo una sapiente finezza tecnica, interpreta il mondo intorno a sé. Lo fa, però, non senza introdurre piccoli elementi spiazzanti, che cambiano ritmo e significato alla visione, conferendole un significato concettuale ulteriore e un’allure decisamente attuale e contemporanea.
Ma, forse sorprendentemente, nel disegno, la capacità
evocativa del linguaggio artistico di Cerutti assume forse addirittura una
ancor maggiore densità poetica. I tratti sono veloci, ma accurati e precisi, le
figure a volte appena accennate, a volte composte con una maggiore attenzione
al dettaglio. Più frequenti di quanto non accada nei dipinti, nei disegni fanno
spesso e volentieri la loro comparsa elementi spaesanti, fuori contesto o che
alludono a una possibilità e profondità narrativa inattesa, dai tratti surreali
o metaforici.
A un primo sguardo i temi sono semplici: il pittore stesso, sua
moglie (Francesca Ferreri, a sua volta pregevole artista, nonché la “Lei” dei
lavori e delle mostre di Cerutti, dove la sua figura assume spesso quasi una
statura simbolica), e infine il loro figlioletto. I soggetti sono ritratti in
situazioni a loro volta semplici, magari in una casa della campagna piemontese,
intenti a compiere azioni quotidiane e comuni. Però, anche qui, qua e là si
affaccia un elemento spurio, un anello della catena che non tiene, e allora
l’opera si apre a una dimensione simbolica, allusiva, evocativa.
Così, se non ti fermi a una prima lettura, ma guardi anche uno
solo di questi lavori abbastanza a lungo, il tempo utile e necessario perché il
lavoro ti trascini nel suo mondo, ti accorgi che a poco a poco la narrazione
più evidente e superficiale tende lentamente a sgretolarsi. Vedi le prime crepe
quando ti accorgi che un dettaglio non torna. Per esempio, le teste di “Lei”
sono due, voltate in direzioni appena leggermente diverse. Oppure un paio di
piedi che compaiono al di sotto di un oggetto rotto (un secchio forse?) sono
privi di corpo sopra di loro.
L’immagine di vita vissuta allora, inevitabilmente, si
trasforma. Hai sotto gli occhi qualcosa di diverso. Forse una narrazione
simbolica, una poesia ancora da scrivere o l’evocazione di qualche mito antico,
o chi lo sa, occhieggia tra le trame del racconto, si fa strada nella mente di
chi guarda, sotto i suoi occhi.
Per far comprendere questa dinamica, vorrei soffermarmi in
particolare su due lavori. Si tratta di due semplici esempi.
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| Soliloquio, 2020
matita e acquerello su carta, 29,7 x 21 cm Courtesy @ l'artista e Guido Costa Projects |
Uno di questi è il disegno che porta il titolo Soliloquio.
Qui l’autore si ritrae due volte, sdoppiato, come in dialogo con sé stesso. C’è
un sé le cui gambe, come tutta la parte inferiore del corpo, è più tratteggiata
e leggera. Ce n’è un altro in cui i dettagli invece sono più pieni, i colori
decisi, i tratti riconoscibili, le masse realisticamente visibili. I due sono
ritratti nell’atto di traversare un piccolo fiume e uno stagno. Curiosamente, è
la figura meno definita quella che detta la via e conduce, portandosi sulle
spalle l’altra, che se ne sta lì appollaiata come un genio maligno o un pappagallo
sulla spalla del suo proprietario. Sempre in quella figura sono stranamente più
visibili i segni della forza fisica, i punti in cui il corpo sta compiendo uno
sforzo (la mano sul bastone, il piede). Eppure è questa la più leggera. L’unico
tratto colorato in maniera più intensa è uno dei due pieni nell’acqua, ma quello,
di nuovo, che fa meno forza per procedere.
L’altra figura, quella più definita e piena, se ne sta
raggomitolata sulle spalle dell’altra, pesando su quella senza esitare. È
immobile, chiusa su sé stessa, forse incapace di procedere se l’altra non la
porta con sé, su di sé, con tutto il suo peso e facendole da bussola. Con un
braccio, addirittura, questa figura si appoggia alla prima coprendole il volto,
senza alcun segno di ritegno o rispetto.
Che cosa rappresenta questo disegno? È la parte profonda, il
demone socratico o il Daimon di Hillman, la figura più lieve, che porta l’altra
al di là del fiume? O la figura più intensamente tracciata è l’Ombra in senso
junghiano della prima, con il suo peso che grava senza sconti sulle spalle dell’altra
e rende più difficoltoso il cammino, finché non la riconosci? Il disegno non dà
ulteriori elementi, la dinamica si gioca nel dialogo tra le due figure, nel
rimando dell’una all’altra. Tra l’altro, i due sono ritratti nell’atto di
attraversare un corso d’acqua basso, forse uno stagno, un laghetto o un piccolo
fiumiciattolo. Ma non sappiamo dove vadano, né da dove vengano. Di che
passaggio si tratta? Stiamo assistendo ad un piccolo evento quotidiano
qualunque, come una passeggiata, o all’inizio di un racconto? Non ci sono
elementi nel disegno che definiscano i termini di questo passaggio. C’è solo il
passare, in una figura duplice che si rispecchia in sé stessa. È il processo in
atto, il cambiamento, l’evoluzione, il transito. Sic transit gloria mundi. È la
vita.
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| Poesia bambina, 2017
matita su carta, 19,6 x 29,8 cm Courtesy @ l'artista e Guido Costa Projects |
L’altra immagine su cui mi soffermo rappresenta una vecchina
curva, di spalle, le valigie alle mani, che si allontana. Non la vediamo, ma
ispira un senso di dolcezza e tenerezza. Il titolo del disegno, Poesia
bambina, conferma questa impressione. Dove va? Quale realtà l’aspetta? È
anziana, possiamo pensare che vada verso la vita dall’altra parte, se c’è. Il
disegno racconta allora la morte? Oppure è l’inizio di una favola, e la
vecchina è una fata, naturalmente buona, che da quelle valigie tirerà fuori
qualche prodigio? Chi lo sa, magari tutte e due le ipotesi sono vere, oppure
nessuna di queste. Il disegno non dice nulla del dopo, del dove, e neppure del
chi… Ma proprio per questo racconta,
anzi, meglio ancora, induce noi che guardiamo a raccontare, immaginare,
comporre con la mente qualcosa di nuovo e di altro, purché sia pieno di senso e
sentimento.
Ma questi sono solo due esempi. Ogni disegno in mostra, e
ogni altro di questa serie di Cerutti meriterebbe un approfondimento. Ogni
disegno è essenziale, eppure carico di dettagli mai casuali, spesso simbolici, mai
compiaciuti. È tutto lieve, delicato, presente. Come qualcuno che non parla
troppo forte, ma dice cose che vale la pena ascoltare. E allora è meglio fare
silenzio.
La mostra prosegue nello studio Gianaria e Mittone fino a
data da decidersi ed è visitabile in orario pomeridiano.
L’evento è realizzato in collaborazione con la galleria
Giudo Costa Projects.
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