Poesia sotto gli occhi. I disegni di Manuele Cerutti

 






Lei (braciere), 2025 matita e acquerello su carta, 21 x 29,7 cm
Courtesy @ l'artista e Guido Costa Projects

È stata da poco inaugurata, nello studio professionale Gianaria e Mittone, a Torino, una mostra di disegni di Manuele Cerutti (1976). Come è noto, Cerutti si esprime soprattutto attraverso la pittura, realizzando grandi tele dove, con un linguaggio figurativo e secondo una sapiente finezza tecnica, interpreta il mondo intorno a sé. Lo fa, però, non senza introdurre piccoli elementi spiazzanti, che cambiano ritmo e significato alla visione, conferendole un significato concettuale ulteriore e un’allure decisamente attuale e contemporanea.

Ma, forse sorprendentemente, nel disegno, la capacità evocativa del linguaggio artistico di Cerutti assume forse addirittura una ancor maggiore densità poetica. I tratti sono veloci, ma accurati e precisi, le figure a volte appena accennate, a volte composte con una maggiore attenzione al dettaglio. Più frequenti di quanto non accada nei dipinti, nei disegni fanno spesso e volentieri la loro comparsa elementi spaesanti, fuori contesto o che alludono a una possibilità e profondità narrativa inattesa, dai tratti surreali o metaforici.

A un primo sguardo i temi sono semplici: il pittore stesso, sua moglie (Francesca Ferreri, a sua volta pregevole artista, nonché la “Lei” dei lavori e delle mostre di Cerutti, dove la sua figura assume spesso quasi una statura simbolica), e infine il loro figlioletto. I soggetti sono ritratti in situazioni a loro volta semplici, magari in una casa della campagna piemontese, intenti a compiere azioni quotidiane e comuni. Però, anche qui, qua e là si affaccia un elemento spurio, un anello della catena che non tiene, e allora l’opera si apre a una dimensione simbolica, allusiva, evocativa.

Così, se non ti fermi a una prima lettura, ma guardi anche uno solo di questi lavori abbastanza a lungo, il tempo utile e necessario perché il lavoro ti trascini nel suo mondo, ti accorgi che a poco a poco la narrazione più evidente e superficiale tende lentamente a sgretolarsi. Vedi le prime crepe quando ti accorgi che un dettaglio non torna. Per esempio, le teste di “Lei” sono due, voltate in direzioni appena leggermente diverse. Oppure un paio di piedi che compaiono al di sotto di un oggetto rotto (un secchio forse?) sono privi di corpo sopra di loro.

L’immagine di vita vissuta allora, inevitabilmente, si trasforma. Hai sotto gli occhi qualcosa di diverso. Forse una narrazione simbolica, una poesia ancora da scrivere o l’evocazione di qualche mito antico, o chi lo sa, occhieggia tra le trame del racconto, si fa strada nella mente di chi guarda, sotto i suoi occhi.

Per far comprendere questa dinamica, vorrei soffermarmi in particolare su due lavori. Si tratta di due semplici esempi.

Soliloquio, 2020 matita e acquerello su carta, 29,7 x 21 cm
Courtesy @ l'artista e Guido Costa Projects

Uno di questi è il disegno che porta il titolo Soliloquio. Qui l’autore si ritrae due volte, sdoppiato, come in dialogo con sé stesso. C’è un sé le cui gambe, come tutta la parte inferiore del corpo, è più tratteggiata e leggera. Ce n’è un altro in cui i dettagli invece sono più pieni, i colori decisi, i tratti riconoscibili, le masse realisticamente visibili. I due sono ritratti nell’atto di traversare un piccolo fiume e uno stagno. Curiosamente, è la figura meno definita quella che detta la via e conduce, portandosi sulle spalle l’altra, che se ne sta lì appollaiata come un genio maligno o un pappagallo sulla spalla del suo proprietario. Sempre in quella figura sono stranamente più visibili i segni della forza fisica, i punti in cui il corpo sta compiendo uno sforzo (la mano sul bastone, il piede). Eppure è questa la più leggera. L’unico tratto colorato in maniera più intensa è uno dei due pieni nell’acqua, ma quello, di nuovo, che fa meno forza per procedere.

L’altra figura, quella più definita e piena, se ne sta raggomitolata sulle spalle dell’altra, pesando su quella senza esitare. È immobile, chiusa su sé stessa, forse incapace di procedere se l’altra non la porta con sé, su di sé, con tutto il suo peso e facendole da bussola. Con un braccio, addirittura, questa figura si appoggia alla prima coprendole il volto, senza alcun segno di ritegno o rispetto.

Che cosa rappresenta questo disegno? È la parte profonda, il demone socratico o il Daimon di Hillman, la figura più lieve, che porta l’altra al di là del fiume? O la figura più intensamente tracciata è l’Ombra in senso junghiano della prima, con il suo peso che grava senza sconti sulle spalle dell’altra e rende più difficoltoso il cammino, finché non la riconosci? Il disegno non dà ulteriori elementi, la dinamica si gioca nel dialogo tra le due figure, nel rimando dell’una all’altra. Tra l’altro, i due sono ritratti nell’atto di attraversare un corso d’acqua basso, forse uno stagno, un laghetto o un piccolo fiumiciattolo. Ma non sappiamo dove vadano, né da dove vengano. Di che passaggio si tratta? Stiamo assistendo ad un piccolo evento quotidiano qualunque, come una passeggiata, o all’inizio di un racconto? Non ci sono elementi nel disegno che definiscano i termini di questo passaggio. C’è solo il passare, in una figura duplice che si rispecchia in sé stessa. È il processo in atto, il cambiamento, l’evoluzione, il transito. Sic transit gloria mundi. È la vita.

Poesia bambina, 2017 matita su carta, 19,6 x 29,8 cm
Courtesy @ l'artista e Guido Costa Projects


L’altra immagine su cui mi soffermo rappresenta una vecchina curva, di spalle, le valigie alle mani, che si allontana. Non la vediamo, ma ispira un senso di dolcezza e tenerezza. Il titolo del disegno, Poesia bambina, conferma questa impressione. Dove va? Quale realtà l’aspetta? È anziana, possiamo pensare che vada verso la vita dall’altra parte, se c’è. Il disegno racconta allora la morte? Oppure è l’inizio di una favola, e la vecchina è una fata, naturalmente buona, che da quelle valigie tirerà fuori qualche prodigio? Chi lo sa, magari tutte e due le ipotesi sono vere, oppure nessuna di queste. Il disegno non dice nulla del dopo, del dove, e neppure del chi…  Ma proprio per questo racconta, anzi, meglio ancora, induce noi che guardiamo a raccontare, immaginare, comporre con la mente qualcosa di nuovo e di altro, purché sia pieno di senso e sentimento.

Ma questi sono solo due esempi. Ogni disegno in mostra, e ogni altro di questa serie di Cerutti meriterebbe un approfondimento. Ogni disegno è essenziale, eppure carico di dettagli mai casuali, spesso simbolici, mai compiaciuti. È tutto lieve, delicato, presente. Come qualcuno che non parla troppo forte, ma dice cose che vale la pena ascoltare. E allora è meglio fare silenzio.

 

 

La mostra prosegue nello studio Gianaria e Mittone fino a data da decidersi ed è visitabile in orario pomeridiano.

L’evento è realizzato in collaborazione con la galleria Giudo Costa Projects.