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ph. Federico Rizzo, Courtesy Fondazione Giorgio Griffa |
Non è difficile trovare mostre o progetti espositivi che ricorrano alla parola “dialogo”. Esistono mostre pensate come dialoghi tra epoche storiche, discipline, e naturalmente artisti, magari non appartenenti alla stessa corrente, o magari anche lontanissimi nel tempo e nello spazio. Di solito, quando ci si avventura in questo tipo di dialoghi, è il curatore, o comunque chi organizza la mostra, che pone l’una davanti all’altra opere o altre sperimentazioni, in modo da creare “a parte post” un qualche tipo di relazione o confronto tra istanze tra loro simili oppure differenti, a seconda dell’obiettivo che ci si è proposto.
È molto più difficile incontrare una mostra che nasca da un dialogo reale, in cui proprio gli artisti, proprio quei due artisti autori proprio di quei lavori, abbiano dialogato tra loro realmente, a volte per creare un’opera o più opere comuni, altre volte anche solo per confrontarsi e dare vita a qualcosa di nuovo. Tanto più difficile che questo accada tra artisti che vivono in paesi diversi, che appartengono a diverse generazioni. Perciò è tanto più prezioso e interessante quando questo realmente accade.
Alla Fondazione Giorgio Griffa di Torino è in corso una mostra che nasce, invece, proprio così, da un vero, intenso e proficuo dialogo tra due grandi artisti contemporanei. Uno, un po’ più grande come età, è il torinese Giorgio Griffa, classe 1936. L’altro è Simon Starling, nato in UK nel 1967. Tutti e due famosi in tutto il mondo con il loro lavoro, tutti e due profondi e capaci di giocare con mezzi espressivi diversi per dare vita ad opere intensissime, ricche di stimoli, ma anche di pathos. Due personaggi lontani come età e come provenienza geografica, che però sono in un dialogo reale e fecondo ormai da diversi anni, da quando, ormai quasi una decina di anni fa, Simon Starling contattò Giorgio Griffa per regalargli un oggetto che secondo lui aveva a che fare con la sua poetica e la sua arte.
Di che oggetto si trattava? Era un pennello. Ma non un banale pennello per dipingere, un pennello molto speciale, perché fatto con i capelli di una pescatrice giapponese. Usanza alquanto particolare, che era in uso un tempo nei paesi del lontano oriente. Quel pennello di più usato prima per un'opera comune e poi è andato a fare parte di un'opera di Starling.
A partire da quel primo contatto Griffa e Starling hanno cominciato a dialogare, e ancora continuano. Ne sono nati diversi lavori, molti dei quali sono in ora in mostra a Torino (fino al prossimo 22 gennaio).
I primi lavori che nascono da questo dialogo sono opere realizzate proprio a quattro mani. Sono del 2017 e s’intitolano Noise (Annotated) e Oblique 3 (Annotated). Annotated sta per dire che sull’opera realizzata da Griffa, e poi inquadrata con una cornice munita di vetro, sono poi eseguiti degli interventi per mano di Simon Starling. Il risultato è un lavoro davvero dialogico, nato da due teste e quattro mani.
La mostra prosegue poi, a volte anche con opere giustapposte dei due artisti, ma dove l’aspetto dialogico si percepisce sempre come vivo e reale. Come dovrebbe essere un vero dialogo: qualcosa che trasforma l’uno e l’altro, facendo giungere entrambi a nuove scoperte.
Tra le opere poste in dialogo ci sono Bianco dopo Bianco di Griffa (1981) con As he buffs di Starling (2019). Quest’ultima è una bellissima composizione di oggetti, in cui una sorta di automa simile nei tratti alla maschera di un saggio orientale, ripercorre le dinamiche della scrittura, ma anche del teatro nō giapponese, quello in cui le maschere arrivavano quasi a far parte della fisionomia reale dell’attore, che con esse spiritualmente arriva quasi a fondersi, o confondersi. C’è poi il dialogo tra le Home made Castiglioni lamps (Starling, 2020) con i Segni Orizzontali (Griffa, 1970), e via così per un totale di cinque dialoghi tra loro connessi e collegati, come all’interno di un unico discorso.
L’ultimo dialogo, che conclude il percorso espositivo, (D5) tocca poi un tema particolarmente attuale. Su una tela di Griffa del 2025 di grandi dimensioni, è tracciata una scritta di Starling che recita Autoxylopyrocycloboros. Una parola impronunciabile ma anche il titolo di un suo progetto del 2006, ora in parte conservato proprio alla GAM di Torino. Il progetto alludeva dal punto di vista concettuale alla creatura mitologica Ouroboros, il serpente che mangia se stesso, creando così un cerchio infinito. Era un progetto sviluppato con vari media e una serie di performances e partiva da un battello molto particolare, alimentato dal legno del suo stesso scafo, che quindi, procedendo, distruggeva se stesso.
Il tema, qui, si presta a due letture, che a loro volta, proprio come in un dialogo ben riuscito, si sovrappongono e si rispondono l'un l'altra: da un lato il serpente Ouroboros rappresenta la distruzione, perché mangia sé stesso, ma dall’altro allude alla perfezione e alla rinascita, perché anche torna alla vita. L’opera allude, insomma, al principio di distruzione, così presente nella nostra epoca attuale, devastata dalle guerre e dalla crisi climatica. Ma anche, più o meno velatamente, a una possibilità di speranza, redenzione e soprattutto rinascita.

